Made in Fake

Made in Fake

Di Riccardo Galligani

Il fenomeno della contraffazione sta diventando uno dei principali problemi per le economie sviluppate occidentali ed in particolar modo per l’Italia, Paese di inconfutabili eccellenze in ogni settore merceologico. Nessun prodotto è immune dalla contraffazione. Mentre, durante gli anni ’80, la contraffazione di merci italiane era quasi ad esclusivo appannaggio della malavita campana, dalla metà degli anni ’90 fino ad oggi abbiamo assistito inermi al proliferare dei falsi provenienti dai Paesi asiatici ed in particolar modo dalla Cina, soprattutto nel periodo di massima espansione della sua economia che adesso, grazie anche ai falsi, sta girando con incrementi del PIL a doppia cifra.

È notizia di poche settimane fa che il “Made in Fake” ha colpito anche il settore vinicolo, nostra eccellenza e fiore all’occhiello delle attività produttive toscane. Gli accordi internazionali sembrerebbero non permettere l’istituzione di dazi doganali per salvaguardare la nostra produzione, l’occupazione dei nostri cittadini ed il mercato globale dal virus sempre più aggressivo della contraffazione. Ma i trattati internazionali non possono essere neppure considerati un dogma. La politica ha il dovere di occuparsi di questa problematica che genera squilibri pesantissimi alla nostra economia ed è necessario che vengano rivisti gli accordi internazionali per contrastare questo fenomeno che danneggia la concorrenza e che deve essere considerato un fenomeno criminale a tutti gli effetti.

Da pochi mesi il Governatore toscano Enrico Rossi ha stipulato importanti accordi con il Governo cinese al fine di intensificare i rapporti sul fronte del settore tessile e della gestione della sanità. Visto che la contraffazione dei farmaci sta prendendo campo in modo vertiginoso e visto con chi abbiamo a che fare, è sicuramente lecito preoccuparsi di conoscere a fondo i termini di questa intesa al fine di scongiurare da un lato il rischio di possibili “appropriazioni indebite” di brevetti dell’industria farmaceutica, che ogni anno investe centinaia di milioni di euro in ricerca ed innovazione sia di prodotto che di marchio, e dall’altro di non venire sommersi con farmaci tossici e altamente nocivi per la salute delle persone. Forse sarebbe stato meglio avere più prudenza e non aver stipulato alcun tipo di accordo, almeno fintanto che il Governo cinese non si fosse impegnato concretamente per debellare questo fenomeno criminale che vede proprio nella Cina la sua “sede legale”.

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