di Noemi Bianchi
“Senza la consapevolezza della fine non c’è ragione per fare e per amare”. Immortalati mette in evidenza come l’esperienza della morte sia rappresentata quotidianamente dai media trasformando il dolore in curiosità morbosa , “nelle nostre danza mediali speriamo di far posare la falce alla signora del tempo”. Come il personaggio del Don Giovanni viviamo la vita cercando di farla franca anche con la morte, credendo di esorcizzarla attraverso la sua rappresentazione.
Le persone in fin di vita le rileghiamo in istituzioni totali, in grado di favorire “buone” condizioni di morte, nel tentativo di allontanarne il contagio. L’angoscia della morte aumenta all’interno di questa società estremamente individualizzata: più si è soli più la morte ci fa paura. Risulta evidente il motivo per cui il trascorrere degli anni ci provochi tanta infelicità e i nuovi modelli che la società ci impone: sempre più giovani, più belli, sempre più obbligati ad essere felici a tutti i costi. Il libro congeda noi lettori con un eloquente interrogativo: “Abbiamo reso la morte proibita perchè non adatta alla nostra società felice?”. Io mi chiedo: Di quale felicità parliamo? A voi la libertà di rispondere.
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